Perché il “caso Whatsapp” è molto più di un caso?

Pochi giorni fa vi sarà sicuramente capitato di inviare un messaggio sulla famosa chat di Mark Zuckerberg e non vi sarà sfuggito il pop up in apertura che rimandava ad aggiornamenti relativi la vostra #privacy e la modalità con cui i vostri dati sarebbero stati trattati, di lì a poco, dall’azienda americana.

Cosa aveva di particolare questo messaggio? Che stavolta veniamo messi alle strette; il non accettare l’adeguamento ci impedirà (o ci avrebbe impedito, come vedremo dopo) di utilizzare il servizio dall’8 febbraio prossimo.
Non scenderemo nel dettaglio di cosa cambierà questo adeguamento, per noi europei o per gli utenti asiatici, ma per gli effetti che questa costrizione ha causato. In poco meno di 72 ore, 25 milioni (venticinquemilioni!) di utenti hanno cominciato a guardarsi attorno, sfiduciando di fatto Facebook e il suo gruppo e scaricando dagli store, piattaforme competitor, Telegram e Signal su tutte.

Che il colosso di Zuckerberg abbia sottovalutato la sensibilità alla privacy dei cybernauti della messaggistica mondiale? Pare proprio di si, e non è l’unico segnale.

Anche l’Italia nel suo piccolo ha visto la diaspora di utenti, stavolta di una compagnia telefonica seppur virtuale (Ho.Mobile), a causa di un #DataBreach di cui è stata vittima la low cost di proprietà #Vodafone negli ultimi giorni del nefasto 2020, a testimonianza del fatto che anche nel nostro paese sta crescendo una certa sensibilità sul tema e soprattutto sta aumentando la percezione di poter essere protagonisti anche nel “punire” le aziende che giornalmente trattano i nostri dati, e che non danno fiducia su come questi vengono protetti. Un tema che non è più il tema del futuro, ma lo è del presente!

In questo ambito siamo fortunati a vivere nel Vecchio Continente. In Europa, infatti, dal 2016, vige quella che è probabilmente la più rigida e completa legge che obbliga tutte le aziende che operano in Europa ad adempiere a stringenti obblighi di tutela nei confronti dei nostri dati. Dati che ogni giorno decine di volte vengono ceduti a terzi, per finalità importanti (preventivi bancari o assicurativi), ma vi stupireste di come gli stessi vengano ottenuti anche tramite strumenti ludici come – per esempio – i giochi dei nostri smartphone o dei social network che frequentiamo.

E proprio più tutelanti sono percepiti oggi i competitors di Zuckerberg, l’americana Signal, piattaforma completamente open source che ha recentemente ricevuto l’endorsement nientepopodimeno che di Elon Musk, boss di Tesla, che la ha considerata l’app più sicura per scambiare messaggi oggi giorno; ma soprattutto Telegram, la creatura dei mitologici fratelli Durov, in pianta stabile da diversi anni a Dubai dopo la rocambolesca “fuga” dalla Russia. È su Telegram infatti che si cominciano ad intravedere gli scenari futuri della messaggistica: gruppi fino a 200K partecipanti, canali sui quali trasmettere (sono molti i leader mondiali ad aver aperto il loro canale Telegram, da Bolsonaro a Macron), messaggi autodistruggenti e l’ultima trovata della web chat, fatta per chi odia ticchettare sul monitor e preferisce i messaggi vocali.

Sogesa non rimane alla finestra e, in attesa che si calmino le acque, offre già servizi attraverso gli strumenti sopra descritti.
Da oramai diversi mesi è attivo su Whatsapp Business il numero dedicato alle Perizie Smart (0957532271), attivo dalle 8 alle 20 e tramite il quale è possibile concordare con facilità l’appuntamento per la perizia del proprio mezzo; metodologia che ci ha permesso di ridurre sensibilmente le tempistiche di gestione e soprattutto di aumentare la produttività oraria in termini di incarichi concordati.
Mentre su Telegram è possibile trovare il canale @sogesafiduciari (https://t.me/sogesafiduciari ) dedicato a tutti i professionisti partner tramite il quale è possibile rimanere aggiornati su tutti gli aggiornamenti operativi.

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